Perche' fare arte con gli altri?

di Johnny Bunker

Vorrei attingere alla mia esperienza come uno dei fondatori del Collettivo Shoal per cercare una risposta a questa domanda.

Ho studiato su un corso di laurea dedicato a esaminare le nozioni di una 'storia sociale' delle arti visive. Da sette anni sono coinvolto nello sviluppare un approccio multidisciplinare e collaborativo ai linguaggi di performance. Il mio lavoro e' direttamente stimolato dal lavorare insieme ad altri con background diversi, da ex-carcerati ai cantanti professionisti di lirica.

Il Collettivo Shoal nacque dalla frustrazione e dal entusiasmo di sei artisti londinesi, che includeva un musicista, un video maker, un maker di teatro fisico, un dancer/dance maker, un' attrice/theatre maker ed io. Tutti con un interesse in quelle forme, di culture e sotto-culture, che vengono definite 'sperimentali' o 'alternative', da una posizione di vari anni di esperienza in questo tipo di lavoro. Molto del nostro lavoro era stato 'radicale' nelle sue intenzioni, ma attraverso processi, come quelli di commercializzazione, di adempiere ai requisiti per fondi, ecc., si era imperniato su convenzioni alienanti e relazioni mai messe in discussione tra 'performer', e 'regista', e tra 'performer' e 'pubblico'. Shoal intendeva esplorare, in modo pratico, nozioni di pratiche artistiche 'democratiche' e non-gerarchiche, mantenendo allo stesso tempo una forte presenza scenica e la nostra attenzione su argomenti che potessero avere rilevanza per un ampio raggio di pubblici.

Iniziammo ad incontraci regolarmente, ognuno di noi facendo a turno a coordinare le sedute, gradualmente introducendo agli altri i nostri diversi approcci. Se una seduta generava materiale di gradimento di tutto il gruppo, poteva venire interpretato diversamente da un altro membro del gruppo coordinando un'altra seduta. Una seduta a base movimento/danza coordinata da Claire la ballerina e da Ben il musicista, poteva innescare l'idea per una sessione a base di testo e di uso della voce introdotta da Catherine, l'attrice. A sua volta questo poteva dare lo spunto per girare un video in un posto particolare, e cosi via. Poco a poco, iniziammo a improvvisare e a giocare con i linguaggi altrui, costruendo strati di materiale creati dal input di tutti. Queste sedute furono incredibilmente utili nel aiutarci ad articolare i nostri schemi mentali e i nostri obbiettivi in esercizi che altrimenti non avremmo considerato.

Le gioie nel lavorare cosi sono difficili da bloccare con le parole. Puo' succedere tutto cosi rapidamente. La cosa e' sottile. Un idea sfugge e si evolve dal punto di partenza originario, con addizioni che la cambiano oltre i limiti individuali della concezione di un prodotto finito.

Accettiamo come buono il presupposto che a nessuno piace essere criticati troppo. In una struttura gerarchica, spesso trovata nel mondo della danza e del teatro, uno si abitua a sentirsi dire cio' che puo' e non puo' fare, ad essere 'sgridati' dal regista o dal coreografo se non lo fai. Noi, d'altro canto, eravamo liberi di 'provarci' quando e come ci andava, criticando le idee e l input degli altri, a volte in modo estremo. Questo essere liberi di non dover essere d'accordo assunse un nuovo significato e una nuova intensita' quando si presento' l'occasione di fare un nostro pezzo a Brixton, nel sud di Londra. Tempo e dedizione erano tutto. Alcuni di noi lavoravano, altri cercavano lavoro nel loro campo di scelta. Decisioni importanti dovevano essere prese, a volte senza che tutti fossero presenti. A tutti capito' di perdere delle prove, e poi trovando che il materiale si era evoluto durante la nostra assenza.

I nostri processi lavorativi dovevano proporre domande e alternative all idea di dover seguire le 'visioni', le preoccupazioni, le ossessioni e i valori di un individuo dominante. Ma, visto che ci eravamo dedicati a produrre un prodotto coerente a tutti, del quale essere contenti di portare in scena, le discussioni - liti sulla forma e il contenuto del pezzo, furono incredibilmente utili e rivelatrici. Fare da avvocato del diavolo al avvocato del diavolo di un altro puo' eccitare o spaventare. Credo che in questo modo iniziamo a capire, ad un livello piu' profondo, le nostre insicurezze come performers. Questo livello di onesta' e vulnerabilita' divenne uno dei motivi centrali dello spettacolo e ci aiuto' a connettere con il pubblico ad un livello umano.

Lo spettacolo in se stesso incorporava coreografie eseguite da 'non' ballerini ed elementi comici. La colonna sonora mischiava canzoni e canti con suoni analogici e digitali. Davanti ad uno sfondo di video immagini, i sei performers si muovevano tra stili di recitazione stabilendo personaggi, essendo se stessi sul palco e usando storie dalla loro vita di tutti i giorni, la loro storia. Attraverso la nostra abilita' nel lavorare insieme, in una schizofrenica e frammentaria combinazione di mezzi, il pezzo prese coesione e sincerita'.