Lettera dalla comunita' terapeutica

di Graziano Cappelletti

Roma 21-9-1999

C'e' una frase in un libro che ho letto che diceva: "C'e' un modo per vivere felici ed essere liberi: credere nelle cose impossibili e nei miracoli che anche tu puoi fare."

Non ho mai creduto in me e in cio' che avrei potuto fare per me e per chi mi voleva bene. Cosi' un bel giorno Ho conosciuto "Lei". La droga che fin da subito mi ha fatto sentire quello che avrei voluto essere : realizzato, emozionato, soddisfatto di niente, contento, spensierato, libero…Cosi' presi quella strada contro tutto e tutti, la strada della solitudine, che sentivo come unico antidoto alla mia sofferenza.

Ho passato una vita tra "polvere" e galera con il volto segnato e la mente stravolta. Come unica compagna avevo la droga. Pensavo che tutto cio' che mi stava accadendo fosse colpa del mondo, della gente che non mi capiva. Oggi so che la colpa di tutto cio' che mi e' successo non e' di nessuno ma solo colpa delle risposte negative che io ho dato di fronte a quello che mi accadeva.. Grazie all'aiuto che ho ricevuto dalle persone che ho incontrato durante questo programma terapeutico sono Riuscito a capire perche' e quando ho iniziato a drogarmi e cioe' a sentirmi solo in mezzo a tante persone che Mi hanno sempre voluto bene. …

Ho cominciato a "drogarmi" a sei anni quando nello splendore della mia infanzia persi mio padre. In una giornata che inizialmente per me era da ricordare come "magica". Ero molto legato a lui e iniziavo Ad assaporare per la prima volta il sentimento che lega un padre ad un figlio...cominciavo a seguirlo ad imitarlo dentro di me, ma ancora ero piccolo ed i nostri interessi pratici erano diversi. Lui aveva i suoi impegni ed io ero un bambino.

Un giorno tutto questo distacco si ridusse a nulla …iniziavo a sentirmi parte della sua vita…felice. Tutto accadde in un breve periodo durante l'arco di un anno quando lui inizio' a portarmi con se, mi portava A caccia, conobbi il suo lavoro. mi portava quasi dappertutto, insomma conobbi cosa poteva significare per me. …Poi in una bellissima credo domenica mi venne a svegliare per portarmi con lui a vederlo giocare a pallone.

Tutto questo era molto importante per me, ne ero fiero perche' mi attribuivo un ruolo importante nella sua vita, mi sentivo gia' grande, dissi quasi a me stesso "ci sono anche io".

Arrivati sul posto…Mi sentivo al centro di tutto grazie alla sua forte e sicura presenza (anche se volessi non Riuscirei mai a descrivere cio' quello che si prova quando si iniziano a scoprire certe sensazioni, certe emozioni) Distratto dall'emozione provai a seguire la partita…Tanta euforia, l'ambiente dove un bambino si trova bene. …All'improvviso la fatidica esclamazione in coro…oooh!…non ero abituato e mi si gelo' il sangue; per un attimo non mi resi conto di cosa stesse accadendo intorno a me…I miei occhi scrutarono il campo da gioco alla ricerca del mio papa'…ma non lo trovarono fino a quando lo vidi li a terra, al centro del campo. Dentro di me il caos, tante domande e nessuna risposta solo una sensazione certa: non ero piu' felice.

Intorno a me c'erano tante persone che tentavano di distrarmi ma io avevo un unico pensiero: papa'. Poi le prime voci di cio' che ero successo…gente che piangeva, che gridava "e' morto un uomo di Roma!", ed io Ero di Roma. Iniziai a collegare tutto…tanta paura di restare solo, di essere abbandonato. Non conoscevo ancora bene il significato della parola morte, ma mi rendevo gia' conto che il tanto amato papa' forse mi stava lasciando e non sarebbe piu' tornato. Lo guardavo li' a pochi metri aspettando un segnale, qualcosa che avrebbe ridato importanza alla mia vita.

Tornai a casa cercando qualcosa…qualcuno che mi dicesse una bugia ma trovai una "FOTO" ancora oggi stampata nei miei pensieri…Tanta gente tra cui mia madre e la mia sorellina distrutte dal dolore; io li' fui solo uno spettatore, rimasi cosi', impotente, senza versare una lacrima; ero arrabbiato, sofferente, triste, solo , ma soprattutto chiedevo a Gesu' di fermare tutto e cosi' distrutto mi addormentai. La mattina dopo capii cosa significava la parola morte.

Da quel giorno chiusi il dolore dentro di me e iniziai a "drogarmi", a lottare giorno dopo giorno per Nascondermi da questo dolore, da questa scomparsa che vivevo come un abbandono. Cosi' inizio' anche il grande lavoro inutile per cercare di capire tutto e nascondermi a me stesso e a gli altri.

Ho trascorso questi ultimi 22 anni alla ricerca di chissa' che cosa; facevo , mi muovevo sempre in funzione degli altri…sono cresciuto con la paura di perdere le persone. Ho sempre cercato di mostrarmi per quello che non ero perche' non mi accettavo e avevo paura di non essere accettato e di rimanere solo…Sempre cio' che non ero, ma la fatica era troppo pesante, la solitudine dentro di me aumentava e la droga la sentivo (inconsciamente) l'unico rimedio a tutto questo dolore e ai miei sentimenti nascosti assetati d'affetto.

Adesso grazie a questa esperienza in comunita' terapeutica ho cominciato ad accettarmi per quello che sono, ad ammettere veramente che "non c'e' alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi". Rispolverando il mio passato ho avuto la possibilita' di conoscermi, di vedermi attraverso gli occhi degli altri; ho capito veramente l'importanza del dialogo, della condivisione, del confronto…ho provato a me stesso che " finche' non ho permesso a loro di condividere i miei segreti, non ho avuto scampo da questi".

Ho sempre avuto paura di essere conosciuto…oggi so che farmi conoscere vuol dire conoscermi, accettarmi, volermi bene per come sono, non come il gigante dei miei sogni, ne come il nano delle mie paure… O meglio ,non mi faccio conoscere per cio' che non sono, ma come un uomo parte di un tutto con il mio Contributo e la mia esperienza da offrire.

Dedicato a Luca, che la sua morte non sia stata inutile 12 Marzo 1996